giovedì, 31 agosto 2006

BACHECHE POETI GIOVANI E/O ESORDIENTI N.29

Christian Sinicco è un giovane poeta triestino che fa parte di quella famiglia di autori che scomoda con profondità etica le leve del comportamento sociale dell’uomo. Egli non produce poesia civile in senso stretto, però dà sempre una colorazione di consapevolezza e di condivisione dei problemi del mondo. I pezzi spediti a “La costruzione del verso” riprendono in parte le istanze delle composizioni del suo libro “ Passando per New York”, laddove il nostro ospite prendeva a pre-testo i pezzi famosi di autori celebri per poi tessere la propria poetica. Negli inediti, questo binario talvolta si biforca, ma subito ritorna nella vecchia direzione: l’equilibrio sciolto, l’alto grado di leggibilità (nota del tutto positiva, non sempre scontata in un giovane di oggi) e la netta partecipazione emotiva di chi scrive riescono a travolgere il lettore nelle locations e nelle tematiche scelte. Nel primo testo, che andrò qui sotto pubblicando tra qualche istante, noto ad esempio un notevole “senso anfibio” che mi costringe a passare da uno sbandamento sintattico all’altro, come se dovessi guadare un torrente in piena. In tal senso, Christian è così riuscito a creare un’azione energetica senza tregua, ricca di quell’humus essenziale che è l’ambiguità: “Ci sono attimi come perderti // dove sei e dove hai chiuso, ma quale ansia // hanno truccato sulle labbra e quale carta hai scelto?// …”. Nel secondo testo, le scorie del discorso si susseguono l’una dopo l’altra, così da produrre una specie di accumulo visivo-concettuale: quasi un effetto logorroico, i cui notevoli effetti stanno a significare meglio la drammaticità del tema prescelto: “Il passato trasformato in bianco, e poco più in là // l’amore, le ultime sbiadite parole e la repubblica // dei bambini a Beirut, i disegni di disperazione // di quale guerra? …// …”. Poeta molto interessante, Christian Sinicco: sia per la scrittura di buona qualità, sia per gli sviluppi che questo segno potrà dare nel tempo.

**

Da "ingegneria dei materiali"  (2002-2006)

Ci sono attimi come perderti
dove sei e dove hai chiuso, ma quale ansia
hanno truccato sulle labbra e quale carta hai scelto?
Dove le strade sarebbero state non guardasti

la pioggia,
quale fosse il giorno, la goccia
dove questa convulsa e luminosa corsa allunga
dove sfogli la pagina, soffiando

come in uno specchio, sopra i detriti
camminando nelle pozzanghere, qualsiasi fango sbricioli
e chiunque non abbia mai pensato
sui vetri opachi …

I segni non cancellano,
il materiale le cui infrante labbra appoggi non è tuo,
l’hanno truccato. La storia, i battiti
elettrizzano l’aria, la gravità

sostituita con qualsiasi cosa. E quale carta hai scelto?
Questa, il braccio che le conficcasti, è un cuore.
Qualcosa di forte
si ferma,

continua a piovere dove sei, continua a piovere.
Sapremo mai cosa c’è oltre
dove non sei più invisibile
di ciò che stringi?

**

Questa stanza senza più ricordi, e il sangue sopra i tetti.
Forse hai seguito la sua cronaca,
i mattoni esplodere sulle abitazioni, i volontari
e a centinaia l’alternarsi … il cane abbaia,

ma la confidenza è rossa; ieri
respiravamo senza aprire labbra al non ancora, lanciato
in avanti… Nei corridoi
pieghe di materia difficile da lavare, petali forati

e lettere dall’invisibile, volti,
pezzi della tua infanzia… I graffiti? Una teoria, la nostra
prima di flettere, con i passi
sulle pareti recidere il ventre

-dove slacciano gli organi, anche le definizioni percuotono
noi, sigillati al muro, emozione o vuoto,
esplorazione senza fine, occhi
chiusi. Questa stanza senza più ricordi

e alle sue finestre una corda: tirala,
le piogge allagheranno piano le lenzuola, i palazzi
inclinano già, annegano con paura…L’umanità, il domino?
Le sonorità che non sai

e non puoi tornare com’eri perché
L’architettura non sarà il riflesso dell’inevitabile,
perché se si aprissero le case e lo spazio fosse la nostra capriola
vedresti la profondità. I chilometri del nero

dall’altra parte della strada tra le stelle
hanno grida? Un padre
bestemmia ai suoi figli
al piano di sopra: le grida

le hanno strappate ai silenzi,
abbattute le porte.

**

Da “finzioni di supremazia” (titolo provvisorio)

Il passato trasformato in bianco, e poco più in là
l’amore, le ultime sbiadite parole la repubblica
dei bambini a Beirut, i disegni nella disperazione
di quale guerra? Sul divano, dimenticata l’identità,
ritrovarsi e con i guanti ancora trascinare brandelli
nella notte; dopo, qualcuno parlerà…Ma la madre grida e,
poi, dice che sono lettere i fiori e in fotografia i paesaggi:
lì vedi un Golan e le mani di sposa che lo impugnano,
altre mani – gli occhi a questa collina non li vedi
lavorare la pelle olivastra, ancora a quelle linee
ondulate del viso, poiché già si incontrano come gli anni
portati via, come se gli anni portassero via, ma non più lì,
più vicini, tornando a casa, distanti quanto grandi lampioni,
numeri muti tanto lontani quanto calcolati…Solo
potendo illuminare i crocevia vuoti, ridare vita da Ber Sheva
al deserto e sui camion scavare gialli ritorni
nei tragitti, i silenzi, le bandiere, la felicità
e i tracciati nell’aria sarebbero questa scintilla ingenua.

(14 febbraio 2005, ore 15.30 – esplosione a Beirut)

*

Christian Sinicco, giornalista e operatore culturale, nato a Trieste il 19 giugno 1975. È stato caporedattore di Fucine Mute Webmagazine (www.fucine.com). Nel 1999 fonda insieme ad altri poeti l’Associazione Culturale "Gli Ammutinati", con i quali organizza e partecipa a numerosi reading e festival. E' stato pubblicato in diverse antologie, tra le quali Gli Ammutinati (Italo Svevo, 2000); Ragioni e canoni del corpo (Ed. Asefi, 2001) a cura di Luciano Troisio; Il segreto delle fragole - agenda poetica (Lietocolle, 2003) a cura di Alessandro Broggi e Matteo Dentali; Simboli in versi (Ed. Quasar 2004) a cura di Giovanni Tuzet;  Di sale, sole e altre parole - La nuova generazione di poesia in Trieste (ZTT_EST, 2004; antologia bilingue italiano-sloveno) a cura di Roberto Dedenaro e di Marko Kravos, La coda della galassia (FaraEditore, 2005) a cura di Alessandro Ramberti; Folia sine nomine secunda (Marsilio, 2005) a cura di Cesare Ruffato e di Luciano Troisio. Il suo primo libro Passando per New York (Lietocollelibri - http://www.lietocolle.it/index.php?module=pncommerce&func=itemview&KID=1124988721140.105.48.199&IID=246, Collana Aretusa) con prefazione a cura di Cristina Benussi, è uscito nel 2005. È redattore di AbsolutePoetry - http://www.absolutepoetry.org/. Archivia la sua attività nel blog mare del poema - http://maredelpoema.spaces.msn.com/PersonalSpace.aspx dove si possono trovare i link alle opere del suo spettro. Suoi testi sono in uscita nell'antologia Il volo del calabrone (Battello stampatore; prefazione di Aldo Nove e postfazione di Gabriele Frasca).
 

 

postato da: nestore22 alle ore 20:35 | link | commenti (29)
categorie: poesia

Commenti
#1   31 Agosto 2006 - 21:49
 
un poeta di salde basi culturali, e di non banale ricerca.
complimenti.
utente anonimo

#2   01 Settembre 2006 - 12:21
 
Grazie del passaggio e della dichiarazione di apprezzamento, Utente Anonimo.
Gianfranco
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#3   01 Settembre 2006 - 17:21
 
Basta con queste ingegnerie dei materiali! fatelo smettere! io aspetto che Sinicco torni alle sue solide basi del primo periodo, quelle de IL CAPITANO, gloriosa poesia barocca che ben gli valse 3 milioni di lire, praticamente la cifra più alta mai vista vita dal Nostro. Viva gli esordi! Quando tutto in lui era visione e gatti nei luna park, e le città ancora non erano esplose....:-)
lajos undor
utente anonimo

#4   01 Settembre 2006 - 17:21
 
Gianfranco, eccomi qua, innanzitutto se si può spostare a sinistra il margine, e non visualizzare il testo allineato al centro. In secondo luogo dopo questa stanza senza più ricordi c'è uno spazio! Grazie! abbraccio, C
utente anonimo

#5   01 Settembre 2006 - 18:25
 
Ok, Christian. Ho solo riprodotto i testi come giunti a me.
Torna presto.
Un salutone caro da Gianfranco

Letto il commento precedente?
Tocca a te rispondere: non so nulla di quel che si scrive lì.
Ma saluto con simpatia lo sconosciuto commentatore.
G.
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#6   01 Settembre 2006 - 18:45
 
Dimmi se va bene così, la disposizione del testo.
Abbracci da Gianfry
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#7   01 Settembre 2006 - 18:56
 
Ottimo mi pare, Lajos Undor è un amico, ma come critico non capisce nulla:-) anche se qualche ragione ce l'ha.
utente anonimo

#8   01 Settembre 2006 - 19:46
 
Quindi metti qualche paletto al tuo nuovo corso in poesia? Potrebbe essere questo un buon avvio per il dibattito.
Un saluto,
Gianfranco
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#9   01 Settembre 2006 - 22:14
 
Se c’è una cosa che la poesia e l’arte in genere può in qualche modo contrastare è un diffuso fenomeno di assuefazione: ai sentimenti, alla tragedia, alla morte, alla manipolazione visiva e dell’informazione. Il mondo oggi è essenzialmente questo, assuefazione alla cronaca, o almeno a quella che ci viene spacciata per verità, mentre il potere continua indisturbato il suo gioco. Al di là delle considerazioni stilistiche, che pure sarebbero importanti, come il flusso torrentizio delle parole, direi che Ch. reagisce a questo, al trucco, sia che sia quello dell’individuo di fronte a sé stesso o quello dell’individuo di fronte ai drammi della storia. E lo fa con gli strumenti poetici e etici della capacità del linguaggio di decodificare il reale e smascherarlo, senza però (e questo mi pare un merito) fare “poesia civile in senso stretto”, che a mio avviso ha prodotto raramente qualcosa di memorabile, ma, semmai (e questo sì è un merito) poesia e basta. Ma, come sempre, ci sarebbe molto altro da dire...
Un saluto
Giacomo
utente anonimo

#10   02 Settembre 2006 - 02:30
 
Non sono facile a scommettere. Su niente e nessuno. Convinto come sono, sempre più, che tanta parte della nostra vita sia demandata al puro caso. Ma se proprio dovessi, ecco, sul giovane Christian una (seppur piccola) scommessa l'azzarderei. Intanto perché - per quel poco che trovo da leggiucchiare attraverso internet - mi pare che abbia buone basi teoriche e conoscenza dei meccanismi della comunicazione. E poi, soprattutto, per la visione sostanzialmente onesta che ha delle cose - per questo, Christian, ti davo del "bravo ragazzo".
Certo, poi, in questo fatuo mondo, certi pregi possono essere persino rivoltati in difetti, ma tutto sommato credo che il nostro C. abbia abbastanza attributi per gestirsi al meglio. Perché questo è il punto, il talento avendo certamente la sua importanza, ma molto, molto relativa.
Un caro saluto e sappi fare sempre meglio, ammutinato che non sei altro - che so?, meno ridondante... E a te, Gianfranco, un abbraccione.
Gen
utente anonimo

#11   02 Settembre 2006 - 09:53
 
Ciao Christian, è un piacere ritrovarti qui, ospite di Gianfranco. Colgo l'occasione per ribadirti quanto, a varie riprese, ho scritto su Absolute a proposito della tua poesia e della tua ricerca, dell'attraversamento consapevole, teoricamente e criticamente fondato come pochi, della tradizione, alla ricerca del punto di crisi, del luogo esatto dove più facile è lo smottamento, ma dove più sicuramente si intravvede un'apertura, la proiezione oltre la frana, il disvelamento di nuovi sensi: un utilizzo di materiali e detriti da rimodellare in forme e voci capaci di adattarsi e di dialogare con i mille volti, sempre in precario equilibrio nel loro essere qui e ora, del presente. Vedo la tua scrittura tesa sempre più all'essenziale e il dettato sempre più modulato su un registro piano che svela, contemporaneamente, l'essenzialità del canto e la vicinanza non compromessa della voce alla materia, il pensiero solidale e tenace che la sorregge.

Il primo testo, "Ci sono attimi come perderti", è una delle cose più belle in assoluto che hai scritto, secondo il mio parere e per quello che può valere. Mi dà la misura esatta, nella sua voluta, sofferta, imperfetta perfezione, nella sua algida ma mobilissima rivelazione, di una pepita affiorata dal setaccio del dubbio, dalla tensione tra abbandono lirico e vigile controllo dello sguardo-parola: una tensione che lascia trasparire, comunque, l'incanto dolente che ammanta ogni sguardo, quando inciampa nei solchi cicatrizzati delle sue stesse ferite. La chiusa finale, stupendamente sghemba e straniante, reca tracce di un'epifania che contiene la tua voce più autentica: si avvinghia, avvolge e fa sentire la sua stretta, feroce e dolce come un'eco che non sfuma.

fm
utente anonimo

#12   02 Settembre 2006 - 11:51
 
Voglio, prima di entrare nel merito di alcune affermazioni, ringraziare Gianfranco e tutte le persone intervenute.

Dico innanzitutto che non mi interessa questa caccia alla streghe della canonizzazione. La critica è, oggi più che mai, alla frutta, e per entrare in un'antologia, oltre ad essere più o meno bravo, basta che organizzi un festival o un convegno, inviti pinco pallo, fai la ola, e infine vinci la coppa; questo perché anche la critica deve curare i propri interessi, e sa farlo meglio degli stessi poeti.

Svestiti i panni del guastatore, o del salvatore della patria, vi assicuro che non sono immune verso questo sistema di cose, né posso dire col mio lavoro in rete di aver prodotto anticorpi utili ad altri, nonostante creda nell'intelligenza di chi poi legge i miei articoli, dal 2001 ad oggi, ovvero poco più di 5 anni. Ma non voglio parlare di questo, perché ho da pensare e scrivere per me stesso ora (per rispondere a Gennaro - Grieco? prima o poi ti scrivo: non son riuscito ancora a leggere i tuoi libri e lo farò questo inverno; porta pazienza).

Ingegneria dei materiali nasce dalla morte di mio zio Primiliano, una persona che mi è sempre stata accanto. Ricordo che, da piccolo, quando mi dava la mano, per scherzo me la stringeva, e che male faceva. Il primo testo, una prosa, evidenzia poi la ricerca di tutta la raccolta "L'impossibilità è possibilità verticale che fa gli uomini sbocciano sul muro; la pioggia cade sulle loro labbra, quindi a terra. Quando un uomo muore rimane il solco di una radice, per un po' la fragranza..." o qualcosa di simile, lo sto ricordando.

Un altro aspetto che ha condizionato la raccolta è un interessante lavoro di Massimo Palme sui materiali a memoria di forma, ovvero ci sono materiali, in particolare leghe di nichel-titanio, che deformate, piegate da qualche movimento meccanico, poi tornano alla condizione di partenza, o programmabili nel senso che al variare della temperatura c'è un programma di variazione nella forma.
Per raggiungere questo effetto nella scrittura dovevo ricombinare tutta una serie di versi, e per modo di dire riprogrammarli nel loro utilizzo: per questo gli accostamenti - incrocio le dita - non sono banali.

Il procedimento - visto che a me non interessa la disarticolazione del linguaggio come risposta del poeta ad una supposta morte della cultura o come reazione alla massificazione di questa (tutte deboli prospettive) - doveva portarmi a riscrivere la realtà o scrivere della realtà e di nuovo dire, e indicare.

Quindi sì, se indicare è una possibilità della tradizione, da strumenti impossibili possiamo nuovamente comunicare.

Christian
utente anonimo

#13   02 Settembre 2006 - 11:58
 
Ho notato, Ginafranco, delle imperfezioni: può accadere dal trasferimento dal word: Il cane abbaia (c'è la maiuscola su Il); mentre L'architettura, con L maiuscola, è in minuscolo, ovvero l'architettura. Ora però vado a confrontare anche i mie doc, è possibile sia un po' svanito:-)
Ch
utente anonimo

#14   02 Settembre 2006 - 12:22
 
Christian, chi è che opera questa "caccia alle streghe della canonizzazione"? E poi, chi canonizza chi?

L'unica "critica" possibile, oggi, è unicamente in quello spazio di "senso aggiunto" che solo un lettore attento, libero, nel suo corpo a corpo con la parola, può svelare. Il resto sono, nella quasi totalità dei casi, accademismi sterili, funzionali solo al mantenimento di posizioni di rendita, di scuola, di etichette, di "ismi" comunque declinati.

"Una" delle direzioni possibili è nelle note critiche che Biagio Cepollaro, ad esempio, va da tempo elaborando, chiedendo un confronto critico che non arriva e, forse, non può arrivare: troppo impegnati, "quasi" tutti, a coltivare orti e orticelli che, senza la linfa di uno sguardo "altro", sono inevitabilmente destinati a non dare frutti, al massimo a fiorire per una sola, effimera, stagione.

fm
utente anonimo

#15   02 Settembre 2006 - 13:53
 
se ti dicessi che le antologie di giovani non son finite, che stavolta ci si mette la critica, ma con che ricerca? boh, è il contrario di ciò che dovrebbe essere, ma non ha importanza. La vita è altro. Cepollaro non lo conosco personalmente, e non ho rapporti; Poesia da fare la leggo, ma nonostante il lavoro fatto non mi sono mai convinto a spedire nulla (fondamentalmente perché quando lo faccio è del tutto casuale, anzi deve esserlo).
Ch
utente anonimo

#16   02 Settembre 2006 - 14:10
 
Del resto è così. Poiché non c'è nessun obbligo a scrivere le proprie impressioni su un testo, allo stesso modo non c'è nessuna necessità di sollevare o rispondere ad altre considerazioni. E' così il cerchio si chiude.

Saluti.

fm
utente anonimo

#17   02 Settembre 2006 - 14:13
 
E del resto è così che va. Poiché non c'è nessun obbligo a scrivere le proprie impressioni su un testo, allo stesso modo non c'è nessuna necessità a rispondere o a sollevare altre considerazioni. E' proprio qui, infatti, che il cerchio si chiude.

Saluti.

fm
utente anonimo

#18   02 Settembre 2006 - 14:15
 
Pensavo l'avesse mangiato. Bene, una ragione in più per risalutare.

fm
utente anonimo

#19   02 Settembre 2006 - 15:24
 
Ricordo di aver sollevato, su absolute, su un numero di poesia da fare (credo avesse postato Giovenale la news dell'uscita del numero), un polverone, riportando alcune affermazioni dell'editoriale. Tuttavia Cepollaro non partecipò al dibattito (ma non l'ho mai visto commentare in rete). Ti saluto anch'io Francesco, e grazie per le "punture azzeccate" sul testo.
Ch
utente anonimo

#20   02 Settembre 2006 - 19:28
 
Gran salotto, oggi, alla "Costruzione del verso". Il salotto nella sua accezione più pregevole. Comincio con Giacomo, che ringrazio per la sua solita analisi profonda. L'amico pone un interrogativo importante: come uscire dall'assuefazione che l'uomo subisce nei confronti del soppesare i valori esistenziali? La poesia è fondamentale, ma deve essere il poeta a deformare quella sorta di pre-destinazione all'ineluttabile e concentrarsi nella forgiaturaa di un "discorso" che scaturisca dalla propria urgenza e non da una posa.
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Ciao Gennaro! Molto tempo è passato da quella sera, allo Spallicci! E' vero: Christian utilizza i suoi strumenti con molta abilità. Nel mio cappellino parlo di "alto grado di leggibilità" non a caso: con tale etichetta intendo soprattutto sottolineare l'impasto armonico tra il lavorìo strumentale e l'istinto "irragionevole, merav igliosamente irragionevole" del talento. Da questa miscela, ottenuta con molto "olio di gomito", esce l'armonia generale del testo.
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Secondo me, caro Francesco, l'abbondanza dei detriti messi in circolo da Christian, ha un alto grado di mimetitazzione. Il risultato è quello, come tu dici, di giungere alla scrittura essenziale (il che sembrerebbe un paradosso). Secondo me, tutto questo accade non solo per l'intervento "cosmetico" sul testo, ma anche per quell'equilibrio di cui accennavo nel commento sopra. Grazie per essere qui.

A Giacomo, a Gennaro, a Francesco e al nostro ospite Christian, una buona serata. Vi abbraccio con affetto.
Gianfranco
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#21   02 Settembre 2006 - 23:46
 
Un commento, riguardo la poesia "civile" o "impegnata", per riprendere l'intervento di Giacomo. Qualcuno si ricorda, dopo il crollo delle torri gemelle, Bush con il megafono sopra le macerie? A chi parlava? Alle persone collegate alla televisione?
Ho il ricordo di quell'immagine perché rappresenta la finzione massima, in un momento tragico. In passando per new york catturo molti di questi aspetti della realtà (la raccolta ne è disseminata), faccio sì che diventino scrittura ed alcuni li enfatizzo per dimostrarne l'assurdità: l'equazione assurda che va spesso in loop, nel libro, è "l'ipocrisia (della politica, de...) sta ad X come morte dell'universo sta a Y". Io credo che la poesia, se ha interesse a svolgere una critica che di fatto diventi un atto politico, debba far reagire la scrittura tra ciò che si può estrapolare dalla realtà e elementi altri, se vogliamo di riflessione antropologica, sociologica, di scrittura, o addirittura paradossali, forzati, pazzeschi, utopici, teatrali, per far emergere componenti quali sarcasmo, ironia, fino a giungere pure alla satira per dare la sberla, per provare il male, ma non come ce lo presentano, come non è mai stato provato che sia; oppure anche per poter continuare a sperare: ci illudiamo, giorno dopo giorno, di sciocchezze, ma non sappiamo più sperare, e la disperazione poi diventa l'acqua di rose che beviamo... Se discutessi in un testo contro questo o quello, dicendo "oh che brutta la guerra", farei qualcosa contro la guerra, e a favore della pace? No, il mio discorso sarebbe ininfluente. La maggior parte della poesia scritta sui temi della contemporaneità, rischia di risolversi in un nulla di fatto per il semplice motivo di voler rappresentare la realtà e di non essere in grado di mostrare le banalità insite in questa. La poesia ha paura delle banalità, ma aver paura di indicare la banalità significa già non essere in grado di lavorare alla complessità. Quindi cosa possiamo osservare nella nostra attuale poesia, o la riconferma di tesi/scritture già avvalorate o codificate, oppure una scrittura che si allontana dall'azione (politica, etica, umana, poetica), e si ritrae in paroline assemblate, e non si comprende se siano ben assemblate perché non c'è un corpo che le mostri, si ha paura a dire, che un corpo dica - penso proprio con Marotta di aver discusso la necessità che la "tecnica" non sia in primo piano, perché è uno spessore, ma non la scena, il corpo, l'osso della poesia.
Fare gli impegnati in poesia non significa dunque fare poesia, perché per fare poesia che si possa definire civile non basta solo scrivere del marcio, ma inghiottirlo, trasformarlo, e nonostante il male che ne può scaturire, questo creare credo sia prima di tutto un atto di amore e di apertura di possibilità, non senza difficoltà, asperità e dubbi.
Christian
utente anonimo

#22   03 Settembre 2006 - 00:26
 
Grazie Christian, sei eloquente nel tuo pensiero, come ho avuto modo di notare in altre occasioni. Chiaro il tuo concetto in merito alla poesia "civile" ( ma poi certe classificazioni andrebbero superate, secondo me). A margine: mi piacerebbe capire meglio il concetto di falsificabilità che hai espresso altrove. Te lo chiedo qui, che c'entri o meno, perchè mi interessa molto e perchè non so come contattarti altrimenti...
Un saluto a tutti
Giacomo
utente anonimo

#23   03 Settembre 2006 - 12:32
 
Sì, oramai non ha più senso costringere in categorie la poesia, è una forma di ghetto ignobile. Il discorso sulla falsificazione è molto semplice, e si lega pure al fatto sopracitato: se uno va a leggere i saggi, le antologie, si trova di fronte o una serie di citazioni che dovrebbero supportare la categoria di autori presa in esame, oppure nella migliore delle ipotesi un discorso sulla poesia del Novecento, e fatti estrapolabili dagli autori che dovrebbero determinare il lavoro degli altri. Entrambi questi atteggiamenti sono assurdi visto che l'epoca in questione presenta una produzione non a carrattere torrentizio, men che meno è un fiume arginabile, più simile ad un nilo incontenibile. Quindi tutti questi discorsi dei critici sono semplicemente tentativi di un "regime anacronistico", abusi di una critica o di lobby molto distanti da modalità praticabili, serie. Ciò che si è potuto vedere nell'ultimo anno in internet è la dimostrazione che è possibile mappare le esperienze presenti sul territorio, osservare i rapporti esistenti tra gruppi, fornire dettagli sulla sociologia e sui comportamenti di questi.

Il primo punto è che il lavoro di mappatura in internet falsifica il lavoro della critica, lo rende ridicolo perché fatto ancora di passaparola tra critici, figuriamoci poi chi cita a caso filosofi per costruirsi delle linee a supporto della sua scrittura o ricerca. Dopo l'articolo sulla giovane poesia italiana (quello di absolute, pubblicato anche su lietocolle), letto da circa 1500 persone, lavoro che già dopo tre mesi considero superato perché dovrei inserire altri 6 autori su una quarantina che non avevo preso in considerazione o perché non conoscevo o perché non ero riuscito a farmi spedire del materiale, ho il sospetto che la quantità di fatti in "gioco" necessiti un'intromissione estremamente attiva della critica per risultare almeno come analisi di un sistema.

Il secondo aspetto è che il lavoro del critico non si situa più all'interno della letteratura, ma all'interno della sua sociologia (ma la critica non se ne accorge): quindi il critico deve incidere anche con un discorso sociologico, e per questo muovere i passi dai fatti estrapolabili nella realtà. In pratica "c'è questo: questo possiamo capire da questo: questo è influenzato (e non determinato) da questo: tutto questo sarà vero? Quali i dubbi? Se vado a leggere un saggio critico, non c'è un critico che abbia dei dubbi, son tutti come un berluska che indica il sole dell'avvenire: il tutto è ridicolo, anche perché la critica dovrebbe occuparsi di ben altro.
utente anonimo

#24   03 Settembre 2006 - 15:39
 
Avete messo tanta di quella carne al fuoco che ci vorrebbero dieci buoni commentatori a mandare avanti il vostro discorso, in risposta. Mi trovo d'accordo con Giacomo quando dice che la poesia "civile" non ha mai prodotto un granché, a livello di "poesia". Non vogliamo parlare di "poesia pura" (che non so cosa sia, in termini stretti). Christian ha ragione quando afferma che la poesia stessa non dovrebbe essere ghettizzata in categorie. Questa è critica negativa, scolastica (non so come altro dire). La poesia c'è per delle ragioni difficili da catalogare. E' un insieme di idea sottaciuta che si insinua nel lettore e che fa dire "qui, io sento che c'è energia poetica, anche se, sinceramente, non so dirne le esatte ragioni: forse un po' è nel linguaggio, un altro po' è nell'incidere le situazioni e i soggetti poetici: insomma, difficile appare il compito di riuscire a dar le coordinate cartesiane della locazione "poetica" ". Non c'è nessun critico che lo possa dire: sono impressioni sue (e talvolta, per altri, per i semplici ma forti lettori, sbagliate sin dal primo accenno). Non sono poi tanto d'accordo sulla manie di legare la critica, in modo così morboso, a parametri sociali e filosofici. Questi parametri vengono fuori anche per testi impoetici (basta che le idee ci siano e il gioco è fatto). La poesia non si lascia carcerare da questi fattori: o meglio, li comprende tutti, e li evoca, e li utilizza, ma il giudizio sulla propria qualità non si lascia incatenare da questi valori accessoriati.
Oddio, non so dove sono andato a finire, ma quando si parla di Poesia, talvolta accade che si vada per la tangente.
Sciocchezze?
Non so.
Vostro Gianfry
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#25   03 Settembre 2006 - 17:18
 
Gianfranco, la critica necessariamente deve essere legata a parametri storici, quindi filosofici, sociologici e antropologici, altrimenti non può catturare nessuna istantanea. Semmai la riflessione estetica, che può farsi normativa della critica, non può legarsi a parametri storici, per l'ovvia ragione che un discorso sulla realizzazione dell'opera non ha necessità di fondarsi nel tempo. Ma io volevo dire che oramai la realtà è che c'è una mappatura, e la massa che tanto impaura li poeti e li critici può scegliere per se stessa, quindi i discorsi che non sanno tener conto di ciò che accade, già oggi possiamo smascherarli con clic:-)
Ch
utente anonimo

#26   03 Settembre 2006 - 18:02
 
Se ci sono è come se non ci fossi, quando non ci sono non ci sono lo stesso.

solo per dire che vi seguo per quello che posso ;)
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#27   04 Settembre 2006 - 11:04
 
Mi piace ripetere, nelle conversazioni con il mio amico Benini Sforza, quanto sia bello estrapolare da un testo prima la caratura strutturale (lingua e metrica, soprattutto) e poi gli essenziali, ma per me non primari in senso assoluto, fattori di cui si parlava sopra: storia, sociologia, filosofia ecc. Vi e' un'energia, nei testi, che travalica il tempo in cui e' nata l'opera, tant'e' che a volte l'opera stessa puo' venir compresa da future generazioni di critici. Ma e' difficile spiegarsi in due parole, non mi riesce. Ci torneremo, sull'argomento. Entro la mattinata ci sara' il cambio di post. Ringrazio Christian per la sua disponibilita'. Il salotto ha avuto momenti di rara preziosita'.
Un abbraccio all-ospite e a Vocativo, nonche' a tutti gli intervenuti
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#28   04 Settembre 2006 - 13:29
 
Entrambe le opzioni assieme, per quanto mi riguarda Gianfranco... Un ringraziamento a te!
Christian
utente anonimo

#29   04 Settembre 2006 - 13:46
 
Ti auguro un luminoso futuro, sia come poeta che come critico letterario. Un abbraccio sincero a te, Christian.
Gianfranco
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Nome: Gianfranco Fabbri
Toscano di origine, romagnolo di adozione, scrivo poesie e prose. Le mie principali pubblicazioni sono: - "I ragazzi del Settanta", Campanotto editore, Udine, 1989 - "Davanzale di travertino", Campanotto editore, Udine, 1993 - "Jennifer" (prosa), Fernandel, Ravenna, 1995 - "Album italiano", Campanotto editore, Udine, 2002 - "Stato di vigilanza", Piero Manni,Lecce, 2006 -

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